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Silk's corner

...parva sed apta mihi...

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March 22

Condivisione

Il tono freddo, distante, ferito, rabbioso, geloso del proprio dolore, il tono che mi ha escluso definitivamente, che mi ha chiuso la porta in faccia e mi ha precipitato di nuovo nel mio angolo oscuro e umido e freddo e solitario.
Si, egoismo è il tuo nome, non il mio. Il mio era un artificio letterario, una captatio benevolentia, era una menzogna. Egoismo è il TUO nome.
Ieri ho pensato di lasciar passare qualche giorno e poi scriverti una lettera, perché sei stato tu a dire che una delle cose belle nella vita è ricevere una lettera. Era un'idea così gentile, romantica, decadente, old style. Oggi so che non lo farò. Non perché pensi che non lo meriti, il tuo egoismo non mi ferisce così tanto, non mi allontana così tanto, è giusto, ti calza a pennello, ti adorna come l'anello di rubino sulla pallida mano curata d'un nobile d'altri tempi. Ma perché mi hai chiuso la porta in faccia, una porta di metallo - massiccio come i Pirenei, freddo come la Karelia d'inverno, definitivo come la fossa appena scavata - una porta chiusa a chiave, sbarrata dall'interno, incatenata, sprangata, sigillata.
Dici di prendermi cura di me. Di pensare a ciò che mi affligge, di preoccuparmi dei miei problemi prima che di quelli degli altri, di prendermi cura di me. Sorrido. Non ho bisogno di pensare a niente adesso, so già come stanno le cose e so che la maggior parte di queste non sono in mio potere. Non è in mio potere cambiarle, manipolarle in modo da trasformarle in qualcosa di diverso, di neutro, addirittura di vantaggioso. Oh andiamo, sai bene che non è così che funziona per gente come me...sai che ho già analizzato tutto, sai che probabilmente vedo bene quali sono i punti in questione. Ma sai anche che non è in me agire. Perché non tocca a me. Perché non è cosa mia, stavolta. Gli ostacoli più grandi alla mia felicità - che tu dici essermi tanto vicina che con un mio minimo sforzo potrei afferrarla - non dipendono da me e non sono da me rimuovibili.
Riesci a capire che io non voglio risolvere i miei problemi? Riesci a capire che non devo risolvere i miei problemi per essere felice?
Ricordo che era una notte dolce e fragile, attorno a me solo il tuo odore e il calore del tuo abbraccio, e ci provai a dirtelo, ci provai a tirarmi fuori quelle parole che erano ben chiare da tempo nella mia mente, ma che non volevano uscire per troppa timidezza, per troppa paura. Paura di cosa? Come perdere qualcosa che ancora non si ha? Ma non c'è risposta, sono quelle paure ancestrali, viscerali, originali, che non hanno spiegazione. Ho provato a dirtelo e tu sei una persona troppo intelligente per non aver capito ciò che ti sussurravo con la voce spezzata e il goffo tentativo di nascondere il principio di pianto nervoso e sfinito che mi attanagliava la gola. Che non mi serve risolvere i miei problemi per essere felice. Mi basta avere qualcuno con cui condividere i miei momenti. Poiché è questo, in fondo, che cerco: vicinanza, comunione, condivisione. E non si tratta di parlare, le parole non servono, le parole a volte sono dannose; si tratta di esserci e basta. Semplicemente. Senza domande o risposte. Essere lì e sapere che anche l'altra persona c'è.
E' colpa mia se ti sei perso? Ti ho spaventato? Ti ho reso più fragile? So che sono domande che non avranno mai risposta, perché non te le farò mai ed il dubbio rimarrà radicato silentemente dentro di me. Non importa, andranno a far compagnia ai miliardi di altre questioni irrisolte...non importa, non importa, non è questo che importa.
Sono paziente. Soffro la solitudine come poche altre cose nonostante la ricerchi come acqua nel deserto. Sento andar via la gioia delle piccole cose, un'ombra scura, mia vecchia compagna, tornare rapidamente a coprirmi le spalle isolandomi dalla civiltà. Ma sono paziente, non ho fretta, non ne ho mai avuta.
Sono determinata. Potrei fare qualsiasi cosa. E' solo per mia stessa decisione che permango nell'immobilità, è perché al momento credo sia il mio strumento più forte ed efficace: aspettare acquattata in un basso cespuglio, nella stessa direzione del vento per non far sentire il mio odore, una mano al coltello e gli occhi fissi sulla preda per ore, giorni, anni. Almeno per il momento.
Sono paziente.
Sono determinata.
Sono testarda se voglio.
Finché ti permetterò di ferirmi, così come un principe dispone della vita dei suoi sottoposti. Finché non conquisterò il regno più grande, finché non ne farò un impero, finché non salirò in alto sul mio trono d'oro e broccato ed allora non tollererò più che ci si prendano certe libertà.
Succederà qualcosa immagino. Adesso spero che sia una cosa, domani potrei volerne un'altra. E' nella natura umana essere volubili e, soprattutto, essere confusi. E' un nostro diritto. E' nostro diritto aspirare al meglio come voler sprofondare.
Per il momento mi lascio tormentare dalle immagini di pura bellezza, lontane eppur vive.
October 22

B-formal Quartet Live at the Alchemist Pub

La mia auto scivola veloce sulla strada brumosa di quest'ottobre ormai giunto quasi alla fine, avanza liscia come se la nebbia la sollevasse delicatamente da terra. I fasci di luce dei lampioni rende la foschia palpabile e avvolgente e ricopre chi come me si attarda ancora per le vie, chi guidando verso casa, chi scambiando le ultime battute davanti ad un bar ormai chiuso, chi magari dopo aver riaccompagnato la propria bella al suo legittimo domicilio. E io li guardo e non posso far a meno di pensare - Stolti! Lasciate passare così le vostre vite, con chiacchiere vuote, e questa sera vi siete perduti una delle cose più belle che il panorama della vostra città poteva offrirvi! -
Ma le note dolci e carezzevoli ancora risuonano nella mia testa, si ripetono in un loop infinito ed io, come un troppo cresciuto Little Nemo in Slumberland, lascio che la musica e la nebbia mi facciano sdrucciolare verso il mio riparo.
Ho sonno, e tanto, ma sono felice. 
Che potere ha la musica! E io mi domando come fanno in tanti a non capire...ad ascoltare un brano e ritenerlo noioso, soporifero...è la vita! Là dentro, in quelle note, in quel turbinare di dita e gonfiare di gote, c'è la vita intera! Là dentro c'è tutto...i ricordi, le emozioni, i nostri cuori, i nostri fegati, i nostri polmoni...la musica non serve soltanto per ballare, ci avete mai pensato, voi che questa sera siete rimasti con gli amici a commentare la partita?
Io sedevo al tavolo, persa dietro a quelle melodie intricate e tuttavia primigenie e non riuscivo a staccare gli occhi da chi, con la sua arte, riusciva a dare vita ad un pezzo di metallo. Ed ai miei compagni mi sono dovuta rivolgere, non potevo tacere, e con gli occhi luccicanti d'ammirazione e si, perché no, anche d'affetto, ho dovuto parlare con orgoglio. - Io ho suonato con lui! -
Me lo ricordo, un pomeriggio lontanissimo, perso nella nebbia del tempo, un pomeriggio fatto di note e di risate, di prove e di succhi di frutta. Anche di antagonismo, si, perché con la sua voce sovrastava inevitabilmente la mia, ed era guerra di campanilismo. Come può un timido violino farsi udire quando cotanto sassofono proclama la sua superiorità?
Ma devo sentitamente dire grazie a chi mi ha dato questa sera l'opportunità di rinverdire le mie emozioni...devo dire grazie a Marco, sei stato bravissimo, davvero non riesco a trovare le parole per esprimere ciò che la tua musica ha suscitato questa sera in me. E devo dire grazie al mio segreto custode, che mi ha dato la forza di sconfiggere la solenne spossatezza che mi sovrastava e mi ha spinto a non rinunciare a questa stupenda serata.
La mia speranza è che a questa ne seguano altre, ma se così non fosse, so già che un giorno guardando quel tizio famoso alla tv, potrò ricordare di quando suonava in quel piccolo pub di Empoli e potrò ancora inorgoglirmi nell'affermare: - Io ho suonato con lui. -
October 16

Il tempo passa con inesorabile lentezza

Il tempo passa con inesorabile lentezza mentre te ne stai seduto su una sedia di plastica blu e ascolti gli altri parlare. Ti annoi, ma la stanchezza è tanta e vince anche la voglia di scappare. Ma poi ti rendi conto che solo pochi istanti fa era ieri, che non hai fatto in tempo ad accorgertene e la settimana è già a metà. E così scorrono i mesi. E gli anni.
Nove mesi che abito qui.
Undici mesi che lavoro con i miei.
Un anno e quattro mesi che ci siamo incontrati.
Più di tre anni che mi sono liberata.
Tredici anni, quando ti ho visto per la prima volta.
Una vita fatta di attimi, di momenti che ricordo oppure che ho dimenticato, ma a volte non posso fare a meno di domandarmi: e nel frattempo? Cos'è accaduto da quando ho lasciato l'università ad oggi? E prima? Immagini, foto mai scattate che mi sorgono alla mente. Ma sono poche, davvero poche. Soprattutto volti di persone. 
Vorrei avere più tempo, vorrei fare più cose, ma è mia indole innata il lasciarmi scorrere la vita addosso e non posso farci niente.
Sono accidiosa, pelandrona, sfaticata. Non mi va d'impegnarmi in niente, nemmeno in me stessa.
Non so avere cura delle cose, nello scorrere del tempo. Se le persone fossero piante, sarei circondata da rami contorti, seccati per la mia incuria.
E tu che mi chiami per dirmi come stai, per narrarmi dei tuoi progressi, per dirmi che ogni giorno va pian piano sempre meglio, e senti che sono distante, freddamente cortese mio malgrado...tu forse aspetti che io ti cerchi? O forse no. Siamo uguali in questo, sai che non lo farò. E non lo farò perché sono succube del tempo che passa e che mi sfugge dalle mani senza che me ne renda conto. E' così anche per te. 
E poi mi guardo indietro e mi pento, mi pento tantissimo...non delle scelte fatte, di quelle no, quasi mai. Ma di tutto ciò che avrei potuto o dovuto fare e che per noncuranza ho tralasciato. 
Vita che ho scordato di vivere.
E lo penso questo, ci arrivo, lo penso distintamente e me ne rimprovero.
Senza peraltro far niente che possa rompere questo coma vigile che da quasi trent'anni mi attanaglia.
 
 

July 05

Sfera

Alzo gli occhi ed è mattino. Come sempre, mi sono persa nei fotogrammi, uno dopo l'altro mi hanno accolto e catturato, ho creduto che ancora fosse buio, ho creduto che questa notte potesse durare per sempre. Forse sono un pò stanca, forse ho un pò sonno, ma non lo so. Domani andrò al mare, eppure se ci penso in questo momento non vorrei...vorrei sprofondare in questo divano, è così accogliente ora...vorrei vedermi tanti film, rimanere nel buio del mio mondo anche se fuori c'è la luce, anche se fuori fa caldo. Ecco, per una volta vorrei che una delle tante sfere in cui racchiudo gli eventi della mia vita durasse più a lungo: quella dell'abbandono, totale e incondizionato, quella dell'ozio, della contemplazione, della vicinanza.
Ma adesso che il film è finito, spegnerò il computer e me ne andrò a letto; leggerò, forse, una pagina prima di dormire, ma una cosa farò sicuramente: metterò la sveglia. E questo non fa parte della Sfera dell'Abbandono, no...è il momento di stacco, quel brevissimo momento che collega una sfera all'altra. Domani ci saranno i preparativi, lo zaino, il costume...poi la partenza, altra gente, altre chiacchiere, vita sociale. Eppure è solo un palliativo. Perchè la Sfera della Vita Sociale non è la Sfera dell'Abbandono...ed è quella, che io voglio.
June 17

Neve d'ebano

 

Uscì dal suo piccolo appartamento che era già buio. Nevicava fuori, grandi e soffici fiocchi di neve candida si posavano silenziosamente attorno a lui e su di lui, scivolando sul suo cranio calvo. Camminava piano piano, i suoi passi facevano scricchiolare la neve appena caduta, comprimendola sotto il suo peso, sotto il peso degli scarponi dalle stringhe sfilacciate, sotto il peso del cappotto di lana forse appena troppo grande per lui.

Iniziò a percorrere le strade del quartiere che lo aveva visto nascere, dove aveva giocato, era caduto, aveva amato, aveva litigato, dove era cresciuto; soltanto i lampioni giallastri davano una parvenza di vita per quelle vie oscure e deserte carezzandone gli angoli bui e riflettendosi sulle vetrine spente dei negozi. Chi ancora si dava la briga di accendere l’illuminazione stradale? C’era ancora qualcuno che si preoccupava veramente di farlo? Alzò il capo verso gli alti palazzi, cercando con lo sguardo le finestre accese, quelle che nascondono le famiglie che mangiano insieme, che siedono davanti al fuoco o al televisore, che parlano, che consolano i figli, che si scambiano i doni; quelle finestre appannate perché dentro si che c’è calore…calore umano, affetti, amore. Ma le finestre erano tutte spente, serrate, sprangate, fredde come il vento che di quando in quando si alzava a sfiorargli il collo con le sue dita gelide ed a soffiargli in faccia la neve.

Sospirò, l’uomo, sospirò profondamente come se portasse sulle sue spalle un peso troppo grande da poter sopportare, ma continuò con il suo incedere lento, e ben presto fu fuori dal “suo” quartiere. Adesso la grande città si apriva piano innanzi a lui, donandogli quelle strade che lo avevano visto giovane e attaccato alla vita, quei marciapiedi che aveva calpestato recandosi a scuola, i libri sottobraccio legati con una cinghia, il cestino del pranzo nell’altra mano; quando con quella stessa neve costruiva percorsi fantastici nel giardino della scuola, ideali piste per autovetture sospese a pochi centimetri da terra, lisce, curve, sinuose. Quanti anni aveva ormai? Non avrebbe saputo dirlo con certezza, ma sentiva dentro di sé che erano veramente tanti.

Il rumore dei suoi stessi passi gli risuonava nelle orecchie ovattato e tuttavia assordante, unica traccia di movimento, unico sintomo che qualcosa di vivo ancora percorreva quelle strade. Alzò il capo all’orologio del municipio e un sorriso gli sfiorò il volto mischiandosi ai fiocchi di neve: da quanto tempo ormai era fermo? Giorni…anni? Non si fermò, continuò a camminare sempre avanti, apparentemente senza meta, e infilò una mano sotto il cappotto massiccio, estraendone una custodia, nera come la notte, come le finestre, come la sua pelle. Guardò con affetto la stoffa scura, a tratti consunta, che la ricopriva e fece scattare le due chiusure; avrebbe potuto fermarsi ed appoggiarsi sul muretto di una vetrina, quella di quel vecchio fruttivendolo, ad esempio, o su una panchina, ma non voleva fermarsi. Con i suoi movimenti mansueti, quasi intimi, ne estrasse lo strumento cilindrico, congiungendone pezzo dopo pezzo, passo dopo passo; giunse davanti alla cattedrale di Saint George e per un attimo esitò che quasi parve fermarsi. Ma stornando lentamente lo sguardo per portarlo di nuovo alla strada nera di notte e bianca di neve, lasciò che la custodia cadesse con un tonfo attutito al suolo, la lasciò come si lascia cadere un fazzoletto di seta, con un gesto molle ed elegante della mano; si umettò le labbra, le appoggiò con delicatezza all’ancia e soffiando con dolcezza ne trasse la prima, lunghissima e struggente nota. Ad ogni passo, una nuova nota ed ogni nota lo portava lontano dai luoghi che lo avevano visto protagonista della sua vita intera, lontano verso ovest, lontano senza un obiettivo.

La musica lo trascinava dolcemente, lo sospingeva avanti ad ogni metro, e mentre suonava non poteva smettere di pensare. Era stato sposato? Aveva avuto sicuramente una famiglia…almeno dei genitori. Questo lo dettava la logica, lui non avrebbe saputo dirlo. Ma non era questo che gli importava. Si chiedeva da dove venisse la luce gialla dei lampioni e, più sopra, quella delle stelle coperte dalle nubi nere di notte. Non si chiedeva quale fosse la sua meta o il suo scopo; semplicemente andava. Si chiedeva però chi avesse intrecciato la trama dei suoi pantaloni, o chi avesse lavorato l’ebano del suo clarino; e pensava a queste mani eteree, non umane, come se tutto ciò che lo circondava fosse stato creato come d’incanto da una Coscienza, da una Mente superiore. Ma non era una sola, erano tante. Dov’erano tutti? I suoi vecchi amici…perché ne aveva avuti, no? Tutte le persone che avevano vissuto quella città giorno per giorno, che si erano incontrate, avevano parlato, oppure avevano finto di non vedere un conoscente, tirando dritto verso chissà dove.

La piazza rotonda davanti alla stazione era deserta, eppure non era vuota. I fiocchi di neve, come pezzetti di spirito degli abitanti, lo circondavano, lo accarezzavano, lo traevano a sé. E lui voleva essere come loro, leggero e impalpabile, freddo di quel freddo che ti brucia la pelle, senza sapore né odore.

Camminava e suonava, e più procedeva, più gli sembrava di non doversi sforzare a mettere un piede avanti all’altro o a prendere fiato: le note così come i passi venivano da soli, delicati. Adesso la voce calda e pastosa del clarinetto si confondeva col soffio del vento, l’ebano nero spariva nella notte. Chiuse gli occhi e gli parve di non toccare più terra, di librarsi in volo sulla città, ma non era così. Era il suo animo ad innalzarsi, a sublimarsi verso spazi ignoti e pur tuttavia familiari, caldi di luce. Fu prima un piede, io credo, a sparire. Non fu di colpo, come niente d’improvviso pareva potergli accadere, ma gradatamente. Il sinistro forse. Pian piano si fece sempre più diafano, traslucido, nero come l’asfalto, blu come le linee di demarcazione dei parcheggi per le auto, bianco come la neve ancora vergine, grigio come i sassolini ai lati della strada. Poi si, iniziò a salire e pian piano, suonando, sparì anche il ginocchio. Non si chiese come facesse adesso a non cadere inevitabilmente verso la gamba mancante, forse non ne ebbe il tempo o forse semplicemente non gl’interessava; perché lui continuò a camminare come se niente fosse, mentre il piede destro, emulo del fratello pioniere, iniziava a confondersi col marciapiede. E poi le gambe, e il bacino, e la pancia. Si domandò per un attimo se aveva ancora sensazioni dai suoi arti, ma non seppe darsi risposta e sorrise, lasciando che quel dolce nulla s’impossessasse delle sue dita, che ancora si muovevano melliflue a chiudere chiavi e anelli, alacri ed eleganti pistoni portatori di melodia.

Il vento era cessato? Stava ancora cadendo la neve? E il clarino suonava ancora? Lui, stava ancora camminando?

Galleggiava, s’immergeva, cantava, taceva, volava immobile. Un ultimo invisibile passo, un’ultima lunga nota avvolgente, l’ultimo lembo del cappotto di lana e sparì per sempre nella notte, lasciando dietro di sé solo la scia della sua coscienza finalmente libera e non più sola.

June 03

Guerrieri Rossi

Come prima dell'alba di ogni primavera, i guerrieri danzano nella notte.
Nudi, coperti soltanto d'un perizoma di pelle di cervo, i corpi asciutti e nervosi cosparsi di tintura di Robbia, la radice sanguigna e disegnati da contorte linee di bistro, come profondi solchi d'aratro sulla terra arida, si muovevano lenti, esasperanti, nei gesti rituali. Gradualmente passano dalla primigenia posizione eretta, serrando la rozza lancia nella destra (impettiti, il torace rigonfio d'aria, l'espressione fiera del volto segnato dalla lotta), all'accucciarsi fin quasi a sfregare il ventre sulla polvere del cerchio di terra. Al centro la pira e attorno loro, che come predatori accucciati nell'erba dall'alto stelo, attendono il momento giusto per balzare sulla loro vittima. E così si muovono lenti, estenuanti: il piede destro avanti, appoggia prima il tallone poi la punta, saggiando il terreno con ogni dito e facendovi presa; poi il baricentro si sposta pesando sul quadricipite rigonfio, i muscoli che sembrano guizzare al continuo movimento delle lingue di fuoco, ed il braccio armato muove a raggiungere il suolo: la schiena sinuosa, flessuosa, elegante, segue l'andar del corpo torcendosi e distendendosi come dorso di pantera.
I tamburi sono ipnotizzanti, seguono un ritmo complesso e incalzante, che sembra al contempo perfetto e stonato con i movimenti melliflui dei danzatori sacri. Loro lo sentono. Possono sentire le vibrazioni del ritmo attraverso la terra stessa, la loro Madre, sentono che ancora non è il momento e uno dietro all'altro sfilano in cerchio, gli occhi stretti simili a fessure, le labbra serrate, le narici dilatate; ancora non è il momento, lo sanno, il canto dei tamburi è sempre lo stesso.
La polvere sollevata dai piedi del compagno che li precede, rende difficoltosa la vista per i cacciatori combattenti, che stringono le palpebre rosse e trattengono il respiro; il ritmo si fa incalzante, i loro movimenti più rapidi, ansiosi, smaniosi e alle loro spalle si leva il grido, l'ululato acuto delle donne. Celate dal manto della notte non possono vederle, ma le ricordano come quando ancora da bambini le spiavano da dietro gli alberi: avvolte nei loro abiti cerimoniali neri e blu, i capelli costretti in un'acconciatura tesissima, allungavano i morbidi colli verso le stelle morenti, aprivano le labbra bianche di gesso secco e screpolato formando un cerchio quasi perfetto ed emettendo quella lunga U che squarciava la notte riuscendo quasi a sovrastare il picchiare selvaggio dei tamburi; erano tante, e riprendendo il fiato necessario a turno, non facevano mai interrompere quel suono tanto acuto da sembrare a tratti un fischio potentissimo.
Al risuonare delle voci femminili i danzatori si fermano, si bloccano come sventurati viandanti caduti preda del maleficio di qualche maligna strega che li strasformi in statue per l'eternità: hanno adesso la forma di ferali leonesse, colte nell'attimo appena precedente al balzo, lo scatto che irrimediabilmente le porterà a dilaniar carni con i loro artigli. Sono ancora accucciati, i piedi e le mani poggiati sul terreno renoso, le ginocchia piegate, i muscoli tesi e tirati, l'unico movimento che è loro concesso è l'espandersi del torace, il respiro silenzioso, il soffio caldo.
Il canto cessa. Improvviso, ineluttabile. Un ultimo colpo di tamburo, così potente da far tremare ogni cosa attorno, un colpo così sonoro da far fremere ogni cuore. E allora i muscoli scattano, le lance si alzano improvvisamente, le bocche fiere si spalancano lanciando l'urlo gutturale, di quelli che partono dal ventre e grattano la gola. Un salto incredibile, le punte acuminate e splendenti nella luce rossa del fuoco che, spinte dalle mani poderose e polverose, uccidono il cielo notturno.
Poi tutto è silenzio. Nessuno più si muove, non si ode nemmeno lo stormire delle foglie degli alberi e dei cespugli. Non un animale notturno osa alzare la sua voce. Solo rimane il crepitio costante della grande pira e poi un sibilo breve e appena percettibile. Poi un altro e un altro ancora. Una puntura fredda sulla pelle colorata, cinque aghi gelidi, poi dieci.
Come sangue che sgorghi da una profonda ferita nella volta celeste, la pioggia repentinamente scroscia sulla terra. Il fruscio degli abiti delle donne che in silenzio si allontanano è celato dal rumoreggiare delle gocce grandi e rotonde che urtano violentemente ogni cosa. I guerrieri si fermano. In piedi, la lancia ormai inerte lungo il corpo madido di sudore e di pioggia, alzano gli occhi chiusi al cielo, lasciando che la pioggia lavi via i colori dai loro volti arrossati dai primi raggi dell'aurora
May 17

La caduta

Mi sono persa in una notte d'estate, tra le luci e il clamore e il ricordo di stelle quiete e lontane. Ho creduto potermi ritrovare nell'eremo agognato, svettando su tutti, piccola stilita senza scopi, e sono precipitata dalla mia colonna di candido marmo, e sono finita nel fango, più bassa del più basso dei mortali. Ho sperato poter rianimare il mio spirito deluso di sè camminando nell'umida foresta dell'Amazonia, costeggiando un Rio delle Amazzoni piccolo, limpido, allegro. Ma nella quiete della foresta lussureggiante, nei canti e nei richiami sonori delle belve, proprio in mezzo alle nubi odorose e diafane ho trovato solo la morte.

April 29

Vuelvo al sur

 
 
Vuelvo al sur
Fernando E. Solanas - Astor Piazzolla

Vuelvo al Sur,
como se vuelve siempre al amor,
vuelvo a vos,
con mi deseo, con mi temor.
Llevo el Sur,
como un destino del corazon,
soy del Sur,
como los aires del bandoneon.
Sueño el Sur,
inmensa luna, cielo al reves,
busco el Sur,
el tiempo abierto, y su despues.
Quiero al Sur,
su buena gente, su dignidad,
siento el Sur,
como tu cuerpo en la intimidad.
Te quiero Sur,
Sur, te quiero.
Vuelvo al Sur,
como se vuelve siempre al amor,
vuelvo a vos,
con mi deseo, con mi temor.
Quiero al Sur,
su buena gente, su dignidad,
siento el Sur,
como tu cuerpo en la intimidad.
Vuelvo al Sur,
llevo el Sur,
te quiero Sur,
te quiero Sur...
April 26

Questione di tempistica

Dovevo nascere di Venerdì 17. Così era stato stabilito al momento del mio concepimento. E sarà stato per pigrizia, sarà stato per una specie di presentimento, non lo so, ma ho visto bene di rimanermene là dov'ero a sonnecchiare ancora un altro pò, e sono nata Venerdì 24.

E ora non posso fare a meno di chiedermi se è per questo che io sono sempre la persona giusta al momento sbagliato. E' l'essere nata quando non mi sarebe settato che mi fa sbagliare sempre tempistica?
Che mi fa alzare la mattina presto, prendere il treno, fare una marcia serrata di quindici, venti minuti, presentarmi davanti all'aula di Fonologia in perfetto orario, con il programma ponto, i libri giusti, solo per venire a sapere che l'esame è stato rimandato?
E' per questo che l'affetto paterno del mio genitore si è risvegliato quando io ero già donna?
E' forse questo essere venuta al mondo in un momento che non era il mio che mi fa sentire ogni volta le classiche parole "non è per te...è che in questo momento io...".
Trovare gli uffici chiusi anche in orario d'apertura, essere a fare la fila alla cassa dove sicuramente ci sarà un problema di lettura del codice, o della carta, o che cazzo ne so; andare in un posto per incontrarlo l'unica volta che è rimasto a casa o viceversa andare nel suo luogo ogni giorno senza trovarlo, e rimanere a casa proprio quando ha deciso di farsi vivo. Come Marco. Ma vabbè, questa è un'altra storia.
O minimizzare sulle cose che mi succedono e carrgermi sempre troppo tardi che erano occasioni che avrei dovuto cogliere. Come Filippo. Ma vabbè, questa è un'altra vita.

Non so. Non so se era destino che nascessi Venerdì 17, non so se con la mia pigrizia ho sovvertito l'ordine delle cose, no so se sarebbe cambiato qualcosa e soprattutto non sono tanto sicura che, nascendo quando era il mio turno, le cose sarebbero migliorate di tanto.
Però la sensazione di rincorrere sempre ciò chenon riesco ad acchiappare solo per lo spazio di un attimo c'è sempre e, credetemi, ne ho proprio le palle piene.

 

Silvia Sergianni

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Ehi....l'altra sera tornavo a casa in macchina e alla radio hanno messo i BEACH BOYS!!!! Ho avuto un flash dei nostri ritorni in macchina dal corso, quando cantavamo e ballavamo come pazze con l'altra Silvia, e parlavamo male di Obsession e di Vania, e poi io facevo la corsa per prendere il treno al volo....è stato un bel periodo, sono felice di averlo condiviso con te!!! Un abbraccio!!
Dec. 1
Leadinwrote:
Errore imperdonabile quello di essersi dimenticato di sporcarti il blog, mi scusi se lo faccio solo ora vero? *.*
 
D'altronde chi è che ti ha dato il "potere" nelle tue mani trasferendolo dalla mia conoscenza alla tua? Ricorda che questa storia la userò all'infinito per qualsiasi cavola che mai farò quindi preparati :))
 
Un mega salutone e un grande bacio, ciao ciao
 
Il nipote Ottano 
Sept. 18
Uh? Eh? Ooooooh...ciao!
Mar. 24
Ciao...visto che non ti becco più su internet, forse anch'io ci sto andando poco, non lo so...cmq questo è un periodo un sacco incasinato per me, si stanno susseguendo le novità ad un ritmo vertiginoso che non riesco più a stargli dietro...però non mi andava di mandarti un messaggio, è troppo corto! Intanto se riusciamo ad organizzare questa cavolo di uscita sarebbe una bella cosa, io propngo sabato 26 gennaio, dimmi che ne pensi...E poi ti butto qui le ultime novità: ho trovato casa, a febbraio mi traferisco a Prato...e sempre a febbraio inizio a lavorare alla Guess, ho saputo oggi che mi hanno preso!! Spero che tu stia bene, dalle foto sul blog sembra che hai fatto un buon capodanno!! Spero di sentirti presto, mi dispiace se la lontananza ha la meglio su di noi..
Jan. 10
Emanuelawrote:
Passavo di qui e ho deciso di lasciati un salutino!
Ciaoooooooooooooo
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Dec. 4